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Cardiologia
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Il cuore si cura

Pubblicato in Cardiologia

Attività Clinica

L’Unità Operativa di Cardiologia svolge attività ambulatoriale e assistenziale, cioè di ricovero nel reparto di degenza, in relazione a tutte le patologie cardiovascolari.

 

Per quanto riguarda la parte ambulatoriale, sono a disposizione tutte le forme di prestazioni che portano alla formulazione di un iter diagnostico e terapeutico personalizzato.

 

Alcuni ambulatori sono dedicati in modo specifico a diagnosticare e seguire nel tempo alcune patologie: le valvulopatie, le cardiopatie in età pediatrica e lo scompenso cardiaco.

 

Le attrezzature mediche utilizzate consentono di eseguire esami semplici, quali l’elettrocardiogramma, o complessi, che richiedono l’utilizzo di apparecchiature specifiche come:

1) l’ecocardiogramma color doppler trans toracico
2) il test ergometrico (Test da sforzo)
3) l’elettrocardiogramma dinamico (Holter)
4) la risonanza magnetica del cuore
5) le tomoscintigrafie miocardiche

 

L’insieme di questi esami permette talvolta di risolvere le problematiche legate alla indicazione cardiochirurgica (beneficio o meno dell’intervento) commisurata al rischio operatorio.

Equipe

 

Antonino Pitì - Responsabile Cardiologia
Guido Belli - Responsabile Laboratorio di Emodinamica
Franco Santoro - Cardiologo
Carlo Augusto Savasta - Responsabile Unità Coronarica
Alberto Maria Lanzone - Responsabile Servizio di Ecocardiografia e Diagnostica Cardiologica


Medici:

Bardis Abdel Ghani
Giuseppina Alioto
Felice Giulio Bonomi
Elena Borghini
Mauro Boscarini
Alfonso Funaro
Paolo Invernizzi
Giuseppe Musca
Eustaquio Maria Onorato
Chiara Stefania Pandini
Luca Pastori
Ilaria Previtali
Emanuela Pulcini
Giovanni Rabbolini
Cristina Rota
Giovanni Sirianni
Davide Ventre
Anna Zonca
Maria Cristina Pedrigi

 

Specializzandi:

Federica Michelotti

FAQ

 

Quali sono i maggiori fattori di rischio cardiovascolare?

Le principali condizioni che possono predisporre le malattie delle arterie sono: il diabete mellito, l’ipercolesterolemia, l’ipertensione, l’età (con l’aumentare degli anni le malattie vascolari aumentano), il fumo e la familiarità, cioè la presenza in famiglia, tra i parenti più stretti, di persone colpite da malattie vascolari in età relativamente giovane. Ci sono inoltre altre situazioni come l’obesità, il sovrappeso, la vita troppo sedentaria che possono predisporre a questo tipo di malattia, che è la più comune nelle società occidentali. Esistono dunque fattori di rischio naturali e fattori di rischio acquisiti. L’avere uno di questi fattori di rischio non significa sviluppare di sicuro la patologia cardiovascolare. È logico però che più se ne assommano, più è facile svilupparla.
Per quanto riguarda i sessi, si registra una differenza tra uomo e donna relativa all’età media in cui si sviluppa questo tipo di malattia: le donne si ammalano cinque/dieci anni dopo rispetto agli uomini.

Quanto è importante seguire corretti stili di vita per evitare malattie di origine cardiovascolare?

Le malattie cardiovascolari sono le più comuni nelle società occidentali anche perché in quel contesto si sono sviluppati stili di vita sbagliati, soprattutto dal punto di vista alimentare e dell’attività fisica. Si mangia troppo, tutti hanno un eccesso calorico divenuto ormai cronico e si fa una vita, soprattutto con il trascorrere degli anni, sempre meno attiva dal punto di vista fisico. In certe zone dell’Africa, per fare un esempio, tipologie di questo tipo quasi non esistono. Le malattie vascolari si sono sviluppate soprattutto negli ultimi cento anni, proprio a causa degli stili di vita sbagliati. Sono molto diffuse dove si registra un alto consumo di grassi e dove è diffuso il fumo di sigarette e affini.
Mantenere uno stile di vita sano e controllato è fondamentale. Per fare un esempio: negli ultimi anni in Italia si è registrato un calo dei consumi di tabacco, situazione che ha generato una diminuzione degli infarti acuti, quelli più gravi, in cui si occlude completamente un’arteria per formazione di una trombosi.

Lo sport e l’attività fisica aiutano a prevenire problemi al cuore?

Invecchiando, un’attività sportiva regolare e moderata, proporzionata alle proprie capacità, è molto efficace dal punto di vista della prevenzione dei rischi vascolari. L’allenamento deve essere costante – almeno tre volte la settimana – e non oltre certi limiti, perché uno stress fisico improvviso, senza la dovuta preparazione, potrebbe provocare attacchi cardiaci. Ciascuna persona ha un livello di capacità fisica che varia a seconda dell’età. Bisogna riuscire a trovare la giusta via di mezzo: non sforzi troppo intensi ed elevati, ma nemmeno una vita troppo sedentaria. Ognuno deve riuscire ad autoregolarsi in base alla propria età e alla propria capacità fisica.


Fumo e alcol possono essere assunti in quantità basse o vanno aboliti del tutto?

Il fumo va evitato del tutto, mentre dal punto di vista vascolare le basse quantità di alcolici – cioè il consumo di una quantità equivalente a un paio di bicchieri di vino durante la cena – non aumentano il rischio di malattia. Anzi, secondo alcuni studi potrebbero avere anche un effetto protettivo, grazie alla capacità vasodilatatoria dell’alcol stesso. Da evitare del tutto, invece, l’assunzione di alcol in dosi massicce per il suo forte contenuto calorico e per la possibilità che si sviluppino effetti negativi dal punto di vista vascolare, soprattutto quando associato ad altri fattori come l’obesità.


Quanto influisce la familiarità in patologie di natura cardiovascolare?

È uno dei fattori predisponenti, anche se va sottolineato che la genetica delle malattie vascolari è molto complessa, ci sono molti geni coinvolti – tra i quali, ad esempio, quelli che intervengono nel metabolismo dei grassi, nello sviluppo della pressione alta o bassa, nello sviluppo di diabete, ecc. – per cui è molto difficile che venga trasmessa dal padre o dalla madre al figlio. Di sicuro, però, c’è che avere una serie di parenti stretti i quali hanno contratto in età relativamente giovane – sotto i 55 anni per gli uomini e sotto i 60 per le donne – malattie di cuore, si associa a un aumentato rischio di esserne colpiti.
Chi ha in famiglia una situazione di questo genere è bene che controlli il profilo del proprio colesterolo già tra i 30 e i 40 anni. Se in quest’arco di età si ha un valore di colesterolo pari a 400, è probabile – statistiche alla mano – che sia soggetto a un serio rischio d’avere un infarto prima del compimento dei 45 anni. È importante fare i controlli anche se all’apparenza non si ha niente, perché i fattori di rischio che riguardano le arterie, di solito, non presentano sintomi.


Esiste un’età precisa in cui è bene andare dal cardiologo?

Non esiste un’età precisa, dipende dallo stato di salute e dall’eventuale sintomatologia che caratterizza lo stato di ogni singola persona.


Che cosa è il dolore al torace?

Il dolore cardiaco, quello che può rivelarsi indicatore di una situazione di pericolo, può verificarsi in età avanzata e viene chiamato angina. Si tratta di un dolore provocato dal fatto che non arriva abbastanza sangue al cuore; quindi è conseguente a una sorta di “crampo” del muscolo cardiaco. Di solito è un dolore non ben localizzabile all’interno del torace, oppressivo, profondo, che alle volte può essere anche scambiato, se “basso”, con un’indigestione.
Un dolore al torace persistente potrebbe rivelare che si è in presenza di uno stato di gravità che richiede l’intervento immediato del 118. Anche perché si tratta di una situazione in grado di generare un danno dal momento che nelle zone circostanti la parte di arteria non irrorata, il muscolo è destinato a morire e, alla lunga, si viene a creare una cicatrice. Certi tipi di infarto, quelli più gravi, possono anche procurare la morte, mentre altri generare aritmie e una serie di problemi.


Che cosa devo fare se ho “il batticuore”?

Il batticuore è una sensazione soggettiva di battito cardiaco più frequente. Dopo una corsa, dopo uno sforzo fisico o anche dopo un’emozione è un aspetto normale, fisiologico (a meno che non ci sia uno sbalzo eccessivo della frequenza). Non lo è più quando si avverte una frequenza elevata senza un motivo apparente. In presenza di una forte emozione è normale avere il cuore a 120. Se però i battiti arrivano a 180 la situazione è pericolosa, perché il cuore a quella velocità non è più in grado di svolgere la sua funzione che è quella di pompare il sangue in tutto il corpo. Ognuno dovrebbe imparare a regolarsi da sé, conoscendo i propri limiti. Normale è una frequenza cardiaca a riposo dai 50 ai 100 battiti al minuto. Si parla di bradicardia quando il battito è più lento e di tachicardia quando è più veloce. Una lieve tachicardia può essere fisiologica, soprattutto in momenti particolari circoscritti (come lo studente che deve affrontare un esame, lo sciatore che è al cancelletto di partenza), caratterizzati dalla presenza di adrenalina, sostanza che fa aumentare la frequenza. Ma attenzione: se da 60 battiti si passa all’improvviso a 105 senza apparente motivo,  si è di fronte a un’aritmia, una situazione che non rientra nella normalità.


Quali sono i sintomi da tenere sotto controllo e che richiedono poi il ricorso allo specialista?

I sintomi sono il dolore toracico, le palpitazioni, il batticuore sproporzionato alla situazione. Ma anche lo svenimento, la cosiddetta sincope e la mancanza di fiato (dispnea) senza motivo. La dispnea, in particolare, è uno dei sintomi cardine anche dei problemi di natura cardiologica. Altro sintomo cardiaco è il cosiddetto edema (periferico), un gonfiore progressivo dovuto a un cumulo di liquidi nelle gambe che però può essere anche di altra origine, che deve essere valutata da uno specialista.


A quali esami dobbiamo sottoporci quando sospettiamo di avere problemi di natura cardiovascolare?

Gli esami vengono individuati dal medico specialista a seconda dei sintomi, dell’età e della situazione. In generale gli esami più comuni in cardiologia sono l’elettrocardiogramma, l’ecocardiogramma color doppler, il test da sforzo oltre ad alcuni esami ematici. L’elettrocardiogramma valuta l’elettricità del cuore, il suo segnale elettrico. L’ecocardiogramma color doppler invece è basato sull’uso degli ultrasuoni e consente di vedere le parti interne in formato tridimensionale. Il doppler, poi, è in grado di calcolare la direzione e la velocità dei globuli rossi valutando se il percorso del sangue, rispetto all’apertura e chiusura delle valvole, è corretto o meno.
A questi esami si aggiunge anche la coronarografia che permette di verificare, appunto, lo stato delle coronarie.


Che cosa si intende con esami diagnostici invasivi e non invasivi in cardiologia?

Gli esami diagnostici non invasivi sono quelli dove non è necessario inserire cateteri e sonde nel corpo umano per farli arrivare alle strutture cardiache da esaminare. Sono esami che dall’esterno del corpo sono in grado di visualizzare il cuore come, ad esempio, l’ecocardiogramma e l’elettrocardiogramma, o il test a sforzo. Questi esami sono utilizzati per lo screening.
I test invasivi, come la coronarografia, richiedono invece solitamente l’inserimento di vari tipi di cateteri verso le strutture cardiache, così da poter individuare gli eventuali tipi di patologia presenti. In genere questi esami sono effettuati con anestesia locale.
Di norma, nell’iter diagnostico, si comincia con esami non invasivi e solo nel caso in cui questi rivelino presenze o sospetti di patologie vengono eseguiti anche esami invasivi per  approfondire il problema con studi specifici che, peraltro, possono essere associati anche ad alcune forme di terapia.


Quale è la differenza tra angioplastica coronarica e bypass coronarico?

Si tratta di due metodi di rivascolarizzazione delle arterie del cuore che si rendono necessari quando si creano blocchi all’interno delle arterie non consentendo il regolare fluire del sangue. Il by pass è un intervento chirurgico svolto in anestesia totale, che permette di “saltare” l’ostruzione utilizzando vene o una delle due arterie del torace – l’arteria mammaria – che vengono staccate dal torace e collegate all’arteria, sotto l’ostruzione. Il decorso post operatorio prevede, dopo lo svolgimento di un periodo di terapia intensiva, almeno 5/6 giorni di degenza ospedaliera.
Dagli anni ‘70 si è sviluppata una tecnica meno invasive del by pass: l’angioplastica coronarica. Questa tecnica prevede l’inserimento di una cannettina di gomma nell’arteria radiale, quella che parte dal polso, e che viene fatta scorrere verso il cuore fino a giungere al punto in cui si è verificata l’occlusione. A quel punto viene inserito un palloncino microscopico che viene gonfiato in corrispondenza del danno e viene inserito uno stent, una piccola protesi metallica cilindrica che impedisce all’arteria di richiudersi. L’intervento prevede l’esecuzione di un piccolo taglio a livello del polso, con un’anestesia solo locale; il paziente in genere viene dimesso dopo un solo giorno di ospedale..
I due interventi vengono scelti alternativamente in base alla tipologia di malattia arteriosa. Per quelle più “semplici” viene preferita l’angioplastica mentre per quelli più complicati i medici specialistici consigliano l’intervento del by pass


Che cosa è lo stent coronarico?

È una piccola protesi metallica, di grandezza microscopica, che serve a mantenere aperto un vaso in corrispondenza di un blocco che si può essere formato al suo interno, e che rallenta e rischia di bloccare del tutto il flusso del sangue. Lo stent è generalmente di acciaio o leghe come cobalto/cromo. La sua validità ha una durata infinita. Se non si presentano problemi entro i primi sei mesi o entro un anno dalla sua applicazione – questo è il periodo necessario al suo “assorbimento” da parte dei tessuti dell’arteria – si può ritenere che lo stent si manterrà operativo per tutta la vita. È infatti statisticamente più facile avere un nuovo blocco in un’altra parte dell’arteria piuttosto che avere problemi con uno stent già applicato, cosa che si verifica molto raramente, solo nell’1% dei casi.


Dopo un angioplastica o stent coronarico posso tornare a una vita normale?

Sì, si può tornare a una vita normale, con l’accortezza però di tenere sotto controllo i fattori di rischio vascolare, di rispettare la terapia prevista dal medico specialista e di sottoporsi ai follow up periodici concordati con lo stesso medico. E avendo cura di modificare lo stile di vita che aveva portato allo sviluppo della malattia cardiovascolare.
La medicina infatti può curare una delle complicanze della malattia, ma se una persona  mantiene lo stile di vita precedente all’intervento, la malattia è destinata a procedere nel suo cammino. La rivascolarizzazione, sia con by pass, sia con l’applicazione di stent, interviene sulle complicanze, mentre la malattia va curata con le medicine, con nuovi stili di vita e con la rinuncia al fumo.
A livello generale, il fatto di avere curato un’ischemia consente di svolgere azioni che prima potevano essere considerate pericolose. Basti pensare a chi pratica uno sport e ha un’ischemia: è una situazione che lo potrebbe portare a un infarto. Se però si sottopone a un intervento potrà giovarsi di un cuore che, anche sotto sforzo, reagisce in modo normale e potrà praticare il suo sport preferito senza pericoli.

Quanto dura una coronografia o un'angioplastica?

Una coronografia dura dai 15 ai 30 minuti. Un’angioplastica dai 15 minuti a qualche ora, nei casi più complessi.


Per gli interventi di coronografia o angioplastica c’è bisogno di sottoporsi a una anestesia totale?

Anestesia totale no, tranne casi eccezionali e non frequenti. In genere è sufficiente l’anestesia locale con una parziale sedazione della parte interessata dall’innesto della cannuccia. Il passaggio della cannuccia all’interno delle arterie non provoca alcun dolore. Nel momento in cui si installa il palloncino, per alcuni secondi vien bloccato il flusso al cuore che percorre il vaso interessato. In questo caso può esserci quindi un po’ d’angina che si presenta con un dolore del cuore. In questo caso la sensazione di dolore, che comunque non raggiunge mai livelli elevati, varia da persona a persona.


Perché mi sono stati aggiunti nuovi farmaci dopo un intervento di angioplastica e stent coronarico?

Perché lo stent è come un piccolo corpo estraneo che deve essere ricoperto dal tessuto del vaso. Nel periodo in cui lo stent non si è ancora ricoperto, bisogna usare una combinazione di anti aggreganti – farmaci che inibiscono l’aggregazione delle piastrine –, che sono delle micro cellule che abbiamo in tutto il corpo e che quando ci provochiamo una ferita si aggregano e formano il coagulo. I farmaci servono a inibire questo coagulo nella parte del vaso che accoglie lo stent. Sono l’aspirina a bassa dose, pediatrica. Bastano dagli 80 ai 100 mg al giorno (quando si ha il mal di testa se ne prendono anche 325). In più, per almeno un anno, serve un altro antiaggregante per evitare che si formi un trombo sullo stent, che potrebbe essere molto pericoloso.

L'OSPEDALE

Ospedale polispecialistico a Bergamo con aree specializzate per la cura di malattie cardiovascolari, tumorali, ortopediche e legate all’obesità con un centro diagnostico all’avanguardia

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