Gonfiore, dolore e formicolii al braccio: questi i sintomi che possono far pensare alla presenza della sindrome dello stretto toracico superiore, una patologia poco conosciuta ma non per questo rara, che colpisce soprattutto le donne tra i 20 e i 40 anni.
In che cosa consiste, quali conseguenze comporta e come la si può curare? Ne parliamo con il dottor Luigi Bortolotti, responsabile della Chirurgia Toracica di Humanitas Gavazzeni di Bergamo ed esperto a livello nazionale di questa patologia.
Dottor Bortolotti, che cos’è la sindrome dello stretto toracico superiore?
«È una patologia funzionale del torace che provoca una compressione di una o più componenti del fascio neurovascolare – arteria, vena o nervo – che partendo dal collo, passa attraverso la parte superiore del torace e finisce nel braccio. In base alla parte anatomica coinvolta può assumere un nome specifico: sindrome arteriosa, venosa o neurogena, con quest’ultima che è la più frequente e riguarda circa il 90% dei casi».
A che cosa è dovuta questa compressione?
«Le cause possono essere di tre tipi: congenite, traumatiche o funzionali. Le condizioni congenite sono quelle che sono presenti fin dalla nascita e si evidenziano attraverso anomalie o malformazioni anatomiche, in particolare della costa cervicale, della prima costa o della clavicola, oltre che di legamenti o muscoli. Tra queste, le anomalie ossee sono le più frequenti».
Invece le cause traumatiche e quelle funzionali a che cosa corrispondono?
«Quelle traumatiche riguardano le fratture della clavicola, della prima costa o di coste accessorie, oltre che lesioni muscolari. Nella gran parte delle situazioni sono conseguenze di incidenti stradali e possono essere all’origine di alterazioni dell’anatomia locale con coinvolgimento delle strutture neuromuscolari. Quelle funzionali sono invece rappresentate da un’intensa e ripetitiva attività muscolare, che può essere sia di tipo lavorativo sia di tipo sportivo – le più a rischio sono le discipline come la pallavolo, l’arrampicata o il sollevamento pesi –, cause che possono portare a ipertrofia muscolare».
Ai sintomi più comuni se ne possono aggiungere altri?
«Sì, a seconda della forma in cui è classificata la sindrome. Se neurogena possono evidenziarsi ipotrofie muscolari periferiche, se venosa può presentarsi edema, cianosi dell’arto superiore o senso di pesantezza, se arteriosa oltre al dolore si può manifestare pallore dell’arto».
Come avviene la diagnosi della sindrome dello stretto toracico superiore?
«La diagnosi è frutto della concomitanza di un esame obiettivo, con manovre specifiche e dell’esecuzione di esami radiologici come la radiografia della colonna cervicale, l’angio TC e l’angio RM. Altri esami strumentali richiesti possono essere l’ECO doppler per studiare il distretto vascolare e l’elettromiografia nel caso in cui la problematica sia di tipo neurogeno».
Come può essere curata la sindrome dello stretto toracico superiore?
«Il primo approccio è di tipo farmacologico, con l’adozione di analgesici, antinfiammatori, miorilassanti, e riabilitativo, con l’esecuzione di una fisioterapia dedicata e corretta. Nei casi in cui questi trattamenti non consentano di raggiungere i risultati sperati e soprattutto quando le eventuali malformazioni ossee dovessero produrre ripercussioni a livello vascolare, c’è indicazione a procedere a un trattamento chirurgico decompressivo. Si tratta di un intervento volto ad ampliare lo spazio dell’egresso toracico e che, per questo, può prevedere le asportazioni di fasci muscolari, della prima costa o di anomalie ossee o fibrose, a seconda dello specifico caso. Se vi sono complicanze vascolari il trattamento prevede l’impiego di farmaci che prevengano tromboembolie e una serie di complicazioni che potrebbero generarsi».